Recensione dello spettacolo L'INTERVISTA

Ha ragione Valerio Binasco quando parla di favola a proposito de L’intervista di Natalia Ginzburg. Perché la grazia, quasi infantile, dell’autrice si mette a nudo in questa breve commedia, uno dei tanti quadretti ‘famigliari’ che la scrittrice ci ha lasciato.
E su queste note appena accennate si snoda una vicenda minuta, ripetitiva – lo schema favolistico del tre è seguito alla perfezione – i cui protagonisti rimangono sospesi in una comicità tragica eppure sempre allegra. Lieve è la scrittura di Natalia Ginzburg e altrettanto lieve è la sua messa in scena da parte di Valerio Binasco che, insieme con Maria Paiato e Azzurra Antonacci, dimostrano la profondità di questo testo, della lettura che hanno portato in scena e della loro capacità di renderlo vivo e intenso.
Sul filo di emozioni difficili da rendere sul palco senza cadere in eccessi grotteschi, i tre attori si muovono all’interno della storia con la stessa naturalezza delle parole del testo e lasciano intravedere tutta la forza psicologica che si cela dietro ogni gesto e sguardo dei tre personaggi, attraverso cui si svela una musicalità che, a detta del regista, ‘è il segreto da conquistare’.
Non c’è alcuna ostentazione o grido d’indignazione nei comportamenti di Marco Rozzi – prima giovane ed entusiasta giornalista e poi ‘uomo della televisione’, amareggiato dal tempo che passa e si porta via i sogni più belli. Soltanto alla fine riuscirà a portare a termine la sua intervista al famoso Giovanni Tiraboschi, figura tanto evocata quanto nascosta, un’assenza forte e unico labile punto di contatto tra il giornalista e le due donne: Ilaria, compagna/convivente di Gianni, sopporta le infedeltà e le mancanze del suo uomo e le accetta come un destino inevitabile che all’inizio cerca di ingannare con una fatidica partenza per l’Australia.
Non è da meno la figura di Stella, sorella prediletta di Tiraboschi, che sembra trovare nell’ultima parte della piece una maturità meno dolorosa degli altri due, ma altrettanto significativa.
La ritualità del testo della Ginzburg è rispettata e sottolineata magistralmente nella realizzazione di Valerio Binasco e le impercettibili variazioni che scandiscono i tre incontri, se da un lato sembrano rivelare l’assurdità della vicenda, dall’altro sottolineano come la vita stessa, in alcuni momenti, ci appaia più irreale della finzione. Ovvero più strana, incredibile e – soprattutto – ironica di quanto la nostra ragione vorrebbe farci credere.
“L’assurdo in lei [Natalia Ginzburg] non è una provocazione intellettuale. È semplicemente un destino possibile. Probabilmente l’unico. L’assurdo, in lei, è innocente”. Così come sono innocenti Marco, Ilaria e Stella, in balia di vite con pochi colori e tanti grigi, non a causa di un evento dirompente che sconvolge il corso delle azioni, ma semplicemente perché così può succedere.
Un’altra assenza si scorge nella vicenda, le cui uniche apparizioni in scena sono affidate a nomi che hanno segnato, nel bene e nel male, la storia di quel decennio – il rapimento di Aldo Moro nel 1978 e il governo di Giulio Andreotti nel 1988. È un’Italia appena accennata, i cui malesseri e insuccessi sembrano riflessi nelle storie dei protagonisti, soprattutto nella figura di Giovanni Tiraboschi, pieno di entusiasmo e di seduzione e poi d’improvviso incapace di reagire agli eventi e alle avversità, in preda a una crisi morale che trova un ultimo scatto di orgoglio proprio nell’intervista che aveva negato per due volte e a cui ora si aggrappa disperatamente.
Tinte lievi, quasi buffe, nel quadro di Natalia Ginzburg; e anche la mano di Valerio Binasco si muove con la stessa ironia e leggerezza, tra i vuoti di speranza e le chiacchiere della vita.
Giulia de Florio

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