Recensione di VIAGGIATORI DI PIANURA a cura di Osvaldo Guerrieri (La Stampa)

C’è un piglio nuovo nei Viaggiatori di pianura di Gabriele Vacis. È il piglio di una drammaturgia che non si accontenta di raccontare una o più storie e di queste si nutre, ma cerca il dinamismo dell’intersezione, la frammentazione del discorso e del tempo teatrale capace di creare ritmo e al tempo stesso attesa. (...) Un racconto teatrale collocato nella “scenofonia” di Roberto Tarasco: poltrone da treno superveloce e uno schermo che può fungere da finestrino oltre il quale scorrono le immagini di una terra piatta e verde, oppure visioni di vario genere, anche storiche, anche cinematografiche in un bianco e nero antico e struggente (...). Regina è Laura Curino. Col suo tailleurino, il turbantino, gli orecchini, Regina evoca un mondo scomparso: le nozze, le amiche, il letto smontato per uno scherzo di grana grossa, il mulo Mario capace di occhiate più eloquenti di un discorso e in grado perfino di ballare. Con questa umanità bizzarra riprendono vita l’onda di piena, l’acqua che invade le case, il terrore, l’arrivo dei soccorritori, il viaggio avventuroso fino a Padova senza sapere dove sia finito il marito. Anche l’avventura di Lafontaine-Balasso non è da meno: New Orleans, il concerto, il fiume d’acqua, i soccorsi che qui invece non arrivano, i neri su cui è lecito esercitare ogni forma di menefreghismo, i neri su cui si può anche sparare.
Curino e Balasso sono certamente i dominatori della serata. Lei è ormai maestra nell’estrarre toni soavi anche dalle situazioni più drammatiche. Lui è ammirevole per la recitazione muscolare e tutta di slancio. Ha il portamento, l’abito, gli occhiali di John Belushi nei Blues Brothers. Ha anche la sua stessa impudenza, ma corretta da una massiccia dose d’umanità terrigna. Osvaldo Guerrieri, La Stampa

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