ALBUM D'APRILE di Marco Paolini

LE RECENSIONI
La recensione di Mauro Favaro
Vanno in scena le passioni. “Aprile ’74 e 5” è rugby, rugby e pultica. Pulitica con la U. Perché in Veneto il termine distingue la militanza: quando se ne parla rimane “politica”, quando si partecipa attivamente si trasforma in “pulitica”. Ma forse, più semplicemente, vite. Storie e biografie che si intrecciano sullo sfondo degli anni caldi. Un periodo in cui il bel paese traballava, tra le novità americane e il vento proveniente dall’est.L’album di Paolini, uno dei più complessi, parla di tutto questo intrecciato assieme. L’attore veneto, trevigiano d’adozione, tranne essere poi additato come inopportuno, porta sul palcoscenico un’intera generazione che si è confrontata e ha dibattuto in modo energico e che, disgraziatamente, a volte ha dovuto fare i conti con eventi che sono andati oltre le righe della normale, ma non ancora stantia, dialettica democratica. Qualche anno fa parlando di questo lavoro, nel corso di un’intervista radiofonica, Paolini ha evidenziato le sue intenzioni. “Non ho fatto un libro di storia, ho fatto le figurine – spiegava – sugli anni caldi è stato scritto di tutto, ma io li ho attraversati e non mi ricordo solo il piombo. Ho cercato così di non buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Un’ammissione di intenti che, però, non ha colto di sorpresa nessuno perché assistendo ad “Aprile ’74 e 5” questo quadro emerge ogni volta in modo chiaro e pulito. E in parte viene già denunciato dal sottotitolo dell’opera: “Storie di certi italiani”. Di molti, forse, ma non di tutti.Nicola, l’alter ego dell’attore che si muove sopra le assi del palco, racconta quegli anni, e raccontandoli li rivive. Arrivando con le parole a intrecciare le storie individuali che compongono una compagnia di amici di paese che da compagni d’avventura, crescendo, si trasformano in compagni di appartenenza politica. Ed è proprio questa memoria che prende per mano quella, non meno complessa, che l’Italia costruisce tra il secondo dopoguerra e il consolidarsi della società dei consumi. Passando attraverso la bomba esplosa in piazza della Loggia a Brescia, richiamata in modo diretto con una registrazione audio dell’attentato verso metà spettacolo, che potrebbe anche essere intercambiabile con tutti gli altri atti di terrorismo finiti a gonfiare il sacco delle cosiddette stragi di stato. Il rugby è il filo conduttore che secondo necessità si piega ad assecondare più fini. Dal campo d’erba calpestato da 30 uomini che diventa piazza e sede di comizi, sino alla metafora della lotta, non sempre disciplinata da regole puntuali e precise.Paolini indica tutto questo su di un palco spoglio, c’è giusto una sedia che tornerà utile per inseguire in sella a una Vespa gli amori satelliti del gruppo di amici. Ad accompagnarlo una chitarra, questa volta non accarezzata dall’amico Gualtiero Bertelli, ma il tenore delle musiche che incasellano il racconto non varia. Come nella tradizione più essenziale del teatro di narrazione, non ci sono scenografie e orpelli. L’unica via di comunicazione si trova nell’oralità e nella gestualità dell’attore. Non servono suggerimenti per precisare invenzioni, la memoria è già condivisa e per rimetterla in circolo e raccontarla basta darle voce.
Aprile '74 e 5: Teatro Villa dei Leoni - Mira (Ve) 12 gennaio 2008
da http://www.teatro.org/

Nessun commento: