La scomparsa di Leo Deberardinis


Leo De Berardinis (nella foto), lucifero abbattuto...
Mi sono trasferita a Bologna anche perché viveva lì e lì operava.A Bologna occupava -alla fine degli anni novanta -uno spazio che intanto il Comune gli stava strappando, con la ferocia dei ciechi burocrati mediocri, non ciechi, anzi, imprevisti cecchini abili se si tratta di mirare e di recidere la bellezza, di strapuntare di pallottole il genio.
Conservo, quasi ingiallita ormai, la lettera d’indignazione pacata che Leo De Berardinis aveva inviato nel 2000 alla cittadinanza.Urlo rauco e composto.
Nello spazio che intanto come il suo destino già in vista in forma di coma brulotto che si apparecchiava gli crollava sotto i piedi, piccolo palco e pochi posti a sedere, prezzo politico d’entrata, circondato dalla "famiglia, il suo Marco Sgrosso, la Bucci e gli altri che aveva formato (una delle capacità dei veri grandi è di formare) l’ho visto recitare due volte.Un altra volta al Duse, nell'ultimo suo spettacolo, "Come in una rivista".
Ce l’ho fatta -almeno- a vederlo ancora in forma, in piena salute di un ragazzo bello a sessant'anni.La maglietta nera fieramente mostrava i deltoidi sviluppati, il viso luciferino.
Un concerto di poesia," Past Eve and Adam’s" …ritornai a sedermi nella piccola platea per due sere di seguito... ogni volta, quasi due ore di poesia.
Ofelia e Riccardo con la mano rossa di sangue. Ricordo un dettaglio: nella seconda rappresentazione tolse l'effetto luminoso- semplicissimo- della luce rossa sulla mano.

Andava verso l'essenziale, lo scarno espressivo...
e ho registrato una sera le sue voci intrecciate rullanti, la gola crocevia dei timbri e manifestazioni di un lavoro di una vita- sapeva fare, ed era orgoglioso, lo diceva, una voce doppia.
Richiami di impostazioni fisico-sonore orientali, cominciò Brecht e poi tutto il teatro del Novecento, un rivolo qui da noi lo portava Leo...
La vidi dieci anni prima, anni novanta ancora bassi sull’orizzonte- la sua compagna d’allora, sua allieva: Francesca Mazza.
Che ancora recita oggi, seppure un po’ sfogliata di smalto. Difficile rinnovarsi, in teatro, durare.Lei quella sera era, da sola, tre donne in scena: marchio di Leo. Scuola di Leo. Tre voci, tre sguardi, tre donne.
Non la dimenticherò mai, né i suoi capelli lunghi, le mani sulla gonna, appoggiate alle cosce. Per fare la prostituta prima cambiava lo sguardo, poi rideva forte, prima di aprire la bocca sottile...
Aradeo, altro snodo…
Leo aveva attraversato le cantine romane -Carmelo Bene e Lydia Mancinelli-spesso insieme a Perla Peragallo. Era nato a Salerno. Mediterraneo uomo a molti strati. Ha sempre tenuto fra i denti stretta la sua meridionalità. Re lear, e altre commedie del Sommo. Ma senza stereotipi. Innovava tenendo il becco e le zampette nella tradizione. Contaminazione, pastiche...

Si era intriso- e chi non l'aveva fatto, ai tempi?- del carisma del Living. Come molti, aveva visto il primo Odin. Ma rifiutava lo spontaneismo: monaco del duro lavoro. Tecnica implacabile.
Totò principe di Danimarca..pasto per cervelli insaziabili, da lui saziati, dove c’è spazio per frammenti di poemi di Garcia Lorca e un finale in tributo di Chaplin. L’amore per Eduardo...
Certo, risucchiava tutto in scena, fondale, panche, altri attori. Egocentrismo d'attore. Buco nero d’attenzione. Un nuovo Grande Attore.
Ora Bologna è vuota e secca. Nessuna sperimentazione, neppure in cantina, nessuna presa di posizione, assenza di movimento. Cadavere non eccellente, Bologna.
Leo non s'infila più la maschera bianca, eco della Commedia dell'arte, ha spento la lampada.Mi benda gli occhi la sua assenza. Pelle secca che cade, vuoto pneumatico di scrittori senza calibro, amorfi, i cantautori sono invecchiati. Il cineforum è un circo.I festival sono sbiaditi.

Senso di panico, flash: per questo silenzio di menti.Paura di abituarsi, alla fine, allo squallore che ci imbruttisce.
Oggi tengo stretto il respiro, mi concentro sulla maschera bianca sui movimenti da giaguaro bello, cercando una vitalità mia, di riprendere motivazioni da sfumata utopia, diventando un vampiro in cerca del suo stesso sangue un po’ triste.

Patrizia Caffiero

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